Il Fior Fiore (Roma 2013)

I FIORI DEL CORPO

Una pittura che si addensa sui fili di vegetazioni tessute, sui fragili ricami di stoffe consumate dal tempo, pennellate che si stendono come fioriture della memoria e degli attimi trascorsi: seguendo queste tracce, nel suo recentissimo ciclo di opere, Alessandra Di Francesco ha raggiunto uno stile più denso, sospeso tra la plasticità e la leggerezza, tra il fasto degli antichi arazzi e delle tappezzerie e la fisicità del corpo umano, nella sua dolce ruvidità e nella sua sofferta presenza. Alessandra Di Francesco lavora su un binario ambiguamente sdoppiato, nella sua tensione di ossimoro, sull’idea di una bellezza dolorosa e di un’avvenente crudezza, nel desolante splendore di una decorazione fatta di volti e di fiori, di anatomie che spuntano dai racemi come sbocciate da un terreno inaridito, ma ancora fecondo, dove la mano traccia segni aspri e riarsi di forme e di vuoti che la pittura intende colmare seguendo le tracce nascoste di sguardi che vogliono cercare il senso del loro essere nello spazio al di là del tempo. Di Francesco compone dunque le sue immagini attraverso una pittura che ha raggiunto una nuova sintesi e una diversa energia nel dialogo con la decorazione dei tessuti che fanno da supporto alla sofferta corporeità di donne e uomini, alla loro pelle e ai loro muscoli che il carbone e il colore evocano dall’oblio e dall’oscurità, in un flusso del tempo a ritroso che si salda alle polveri dei pigmenti e del disegno per elaborare figure nel territorio sospeso di un tracciato araldico di fregi e volute. Osservando l’installazione di queste opere in mostra si può provare allora la sensazione di essere entrati in una stanza segreta, nello spazio nascosto di un luogo antico dove la memoria di vite e di famiglie è affidata ai ritratti di cui ci sfuggono l’identità e il ruolo, ma di cui scopriamo lacerti di presenza e frammenti di esistenza, cercando di ritrovare il filo dei loro giorni nell’interstizio fatto di pennellate e tessiture. Ci chiediamo allora se i fiori che accompagnano queste figure abbandonate nel limbo del ricordo, siano i fiori funerari che rimembrano la perdita di giorni bruciati e distorti come le candele di Kostantinos Kavafis, oppure se celebrino, in bilico tra scomparsa e ritorno, la rinascita di una nuova primavera e la fioritura di un corpo esposto nella sua bellezza incerta e rivelata dalle pieghe dolcissime e arcaiche della madre-pittura.

Lorenzo Canova

“MIT IHNEN ... come il vento che soffia senza fine …”

Galleria Le Cinque Lune, Roma 2012

IN AUTOSTOP FINO A WUPPERTAL E RITORNO

La scenografia, la pittura, il restauro o la danza ? La scenografia è il contesto, la pittura è il corpo, il restauro è la memoria, la danza è lo spirito immateriale, libero e inafferrabile che viaggia tra tutte queste realtà e le pervade di senso.

Oggi, questo si capisce meglio nel lavoro di Alessandra Di Francesco, ma inconsapevolmente lei lo ha sempre cercato, lo ha sempre saputo. Ha studiato scenografia, ma con un pittore – da ragazzina avrebbe sognato, però, di studiare danza – e un giorno i suoi occhi hanno incrociato su di uno schermo televisivo uno spettacolo di Pina Bausch che doveva deciderla a intraprendere una tesi sul Tanz Theater e, subito dopo ad andarla a rintracciare proprio a Wuppertal, viaggiando in autostop.

In seguito, il suo amore per l’arte antica, il suo spirito di dedizione l’hanno condotta anche verso l’esercizio del restauro, affrontato con una consapevolezza del mezzo, tuttavia, che è ben altro dal puro esercizio tecnico e del tutto indirizzato a una meditazione sul suo significato profondo, come di un vivere nei ritagli e nelle pieghe della storia che resta viva e indelebile nell’infinito tessuto temporale che ci avvolge.

Questi episodi importanti e queste scelte appassionate in campi disgiunti, benché comunicanti sul filo di un’interpretazione destinale che ha più sorgenti e qualche dolorosa, ma vitale frattura a livello personale – perché non c’è arte che non nasca da un conflitto – hanno fatto della sua esperienza qualcosa di molto speciale, e di imprevedibilmente aperto, perché non linearmente costruito, che di passo in passo, si misura coraggiosamente con nuove aspettative e intenzioni.

“Mit (Ihnen)” – letteralmente “Con (Lei)” – “Come il vento che soffia senza fine” inscena un attraversamento, quello di un Io sdoppiato, riflesso dell’autrice, che percorre, riannoda, rivive le porzioni di storia rappresentate dall’incontro con Pina Bausch, sia nel suo monito di un crocevia tra tutti i linguaggi, necessari ad attingere le radici profonde dell’essere e del sentire che sono all’origine del desiderio di danzare – come di amare e di esistere – sia nella struttura classica, monumentale di corpi e di immagini che ne sono portatori, come un condensato di forme che sbucano dalla profondità della nostra immaginazione o come una folla di domande che chiedono spiegazione, ma anche amore e diritto di esistenza che, come una ridda di personaggi in cui il nostro Io si frantuma e moltiplica bagnandosi di umanità, di necessità e di mondo, prendono atto del proprio esserci.

La ballerina che abbiamo visto esibirsi in una frastornante corsa nel lungo spazio della stanza vuota, circondata dalla quinta delle opere che dà luogo ad apparizioni, gesti, parvenze e movimenti delle figure ricorrenti negli spettacoli di Pina Bausch, conferisce aspetto di vita alla relazione tra le cose presenti, dove gli spettatori assiepati sui quattro lati della stanza, in piedi, sono a loro volta guardati dalla massa di immagini ritratte che si affollano sulle pareti, in un gioco duplice e speculare di rimandi.

Ognuno di noi può specchiarsi e immedesimarsi in questa cellula viva che danza nell’universo, come un fragile anello nella catena di una storia alla ricerca del suo significato, dinanzi a cui, quali testimoni muti, altri frammenti di una realtà impietrita, ma pur sempre presente, stanno, come lo siamo noi, in flagrante divenendo partecipi di una stessa esperienza, senza distinzione di spazio e di tempo, qui nella realtà della terra indicata dai quattro elementi: la candela che brucia su di un tavolo, la terra in cui la ballerina intinge i propri piedi, l’aria in cui si sposta e da ultima l’acqua a cui pure si allude.

Disseminate sulla buia superficie del pavimento, al centro della stanza, varie forme ectoplasmatiche, lucide e riflettenti galleggiano come apparenti fratture o depositi nella crosta terrestre da cui emerge lo stato liquido. Una marezzatura di forme al cui interno è appena distinguibile un’immagine occultata dal riflesso, ricoperta da una pellicola trasparente e circondata da quelle impunture ricorrenti nell’opera dell’artista, in cui riconosciamo le tracce e i fili conduttori di una vita, avvolta ancora nelle profondità del preconscio e dell’indicibile, come la sostanza incerta del nostro essere, proveniente da un passato troppo antico perché se ne abbia chiara memoria, in cammino verso un futuro troppo giovane perché possa essere intravisto e in larga parte ancora sconosciuto.

Eppure è nel continuo abbassarsi, sfregarsi, voltolarsi – come nella fanghiglia terrestre – sopra queste chiazze impalpabili, incerte, dove alberga l’ignoto, che intuiamo la possibilità per l’umano di integrarsi con sostanze e umori salvifici, aldilà di ogni sua presunzione di animale eretto, incontrando la propria energia e fiducia ancestrale, che è cieca speranza di vita e insieme legittima aspirazione alla spiritualità e all’armonia della danza.

Giuseppe Chiari, nel 1968, scriveva: “La sostanza della musica non è l’armonia. La sostanza della musica è la voglia di suonare”. Così, parafrasando, potremmo dire che per Alessandra Di Francesco la sostanza della danza è la voglia di danzare, come il vento che soffia senza fine, e che trasporta minuscole spore – simili allo spargersi dei semi dei nostri gesti e pensieri – per depositarle ovunque esse possano fruttificare, dando luogo a una costante rigenerazione dell’universo.

Pina Bausch, d’altra parte, sarebbe stata sicuramente d’accordo e in questo viaggio di ritorno avrebbe potuto riconoscersi in una nuova versione di integrazione tra la staticità della pittura e la mobilità della danza, forme che appartengono a un medesimo nucleo originario e che possono all’occorrenza ri-disgiungersi, riproponendo, come qui, un ulteriore dialogo .

Roma, 13 giugno 2012 – Giovanna dalla Chiesa

“IN-VESTITI”

Galleria Maniero, Roma 2010

“Wireless”

Studio Or, Roma 2008

“Stars”

Horti Lamiani Bettivò, Roma 2007